Un dramma da camera corale
Il buio è il grado zero della razionalità umana? Voglio dire: se il buio scatena paure ataviche e istinti primordiali che alla luce del sole, o sotto quella più fredda dell’illuminazione elettrica, hanno una relativa difficoltà a mostrarsi, può anche cancellare la logica del nostro vivere comune? Un black out di energia elettrica, accidentale o necessario che sia, se persiste troppo a lungo ci può portare indietro, all’età della pietra e prima ancora? Due o tre anni fa Gianluca Morozzi sembrava propendere per questa ipotesi nel suo romanzo dal titolo programmatico, Black out. Oggi, Luigi Bernardi, uno dei decani fra gli operatori e gli scrittori di noir, sembra essere stato sfiorato poco o punto da questo dilemma nella costruzione di Senza luce, suo ultimo romanzo da poco nelle librerie. Se infatti tutto parte da un folle che decide di decimare la popolazione di un paesetto dell’hinterland bolognese, proprio come accaduto realmente ma altrove nel 2005, e dalla susseguente decisione da parte della polizia di “accecare” case e strade privandoli di illuminazione così da evitare il proseguimento del massacro, questo per Bernardi non è altro che l’innesco narrativo, qualcosa di pregresso cui si accenna all’inizio del romanzo. Bernardi parte un pochino dopo, quando tutto ha già avuto inizio e non si cura di seguire le azioni che porteranno alla cattura del cecchino. Quello che a questo autore emiliano, nato a Ozzano dell’Emilia e residente a Bologna, interessa è, sopra ogni cosa, organizzare una storia corale, anzi un racconto dove più storie si alternino fra loro occupando sedici dei diciassette capitoli pronte a tratteggiare un ritratto complessivo, la parabola morale una umanità avvinghiata alle proprie miserie, ai propri drammi e anche ai propri sogni. Siano essi rancorosi bisogni di vendetta o semplici desideri di ricostruirsi una esistenza. Leggendo le quattro storie, il disvelamento delle psicologie dei personaggi che le agiscono, è come assistere a un unico dramma da camera dove ogni attore che si affaccia al proscenio è, nel suo miscuglio di elementi positivi e negativi, ingiudicabile. Ingiudicabile al fondo. Perché gli attori fanno parte di una umanità ferita dai propri errori, costretta alle catene che si sono autoimposti e ormai non percepiscono. Si può quindi tremare davanti al cinico articolarsi del ragionamento che organizza il professor Umberto Valdinotti e ridere davanti alla punizione di avere due figli (gli intercambiabili Alessandro e Alessia, Ale & Ale) in cui si concentra il peggio della illuminata società odierna, o parteggiare per Giuliana, moglie e madre angariata psicologicamente da questi tre aguzzini; essere emotivamente partecipi del doloro romantico e vendicativo che muove Domenico, emblematica figura di scrittore entrato in crisi quando la realtà ipotizzata nei suoi romanzi gli ha fatto visita; simpatizzare per quella canaglia di Ivano che in Loretta, proprietaria del bar del paese, vede perfettamente ricambiata (ma non è proprio così) la possibilità di dare una svolta alla propria esistenza; comprendere il desiderio di solitudine di Federica contro l’invasività proterva di Mario Peretti, geometra del Comune. Si può fare tutto questo ma non desiderarne la morte, il black out definitivo. Perché le loro colpe sono le colpe di ognuno di noi, e Bernardi lo sa. Per questo si affida al volo cieco di una pallottola.
Sergio Rotino, Il Domani, 4 novembre 2008
Senza luce, di Luigi Bernardi
«Fabbricare i gusti del pubblico è una faccenda pericolosa: distorce la visione delle cose, capovolge le cause con gli effetti, crea ogni sorta di alibi. E chi lo fa spesso vive soltanto in funzione degli alibi che riesce a raccattare, con la stessa disinvoltura con la quale raccoglierebbe i punti spesa dei supermercati, getterebbe il pacchetto di sigarette vuoto alla fermata dell’autobus […]. Fabbricare i gusti del pubblico è la negazione dell’arte, della stessa cultura: è tirannia mascherata dalle pretese del mercato, qualcosa di così assolutamente ostile da chiudere ogni via di redenzione».
Ho letto tutto di Luigi Bernardi che, per me, non è precisamente un estraneo, ma una persona dalla quale ho avuto la fortuna di imparare molto. È vero: Luigi e io siamo amici. E questa, dunque, sarà una recensione difficile ma sincera.
Senza luce è, a mio avviso, il romanzo più bello che Bernardi abbia mai scritto. Mi detesterà, ora, visto che anche degli altri sono stata – a ragione – entusiasta. Ma stavolta non c’è dubbio: Senza luce si piazza senza alcuno sforzo in cima alla classifica. È il classico romanzo in cui ogni tassello s’incastra alla perfezione accanto agli altri, con una fluidità e una naturalezza che rendono la trama assai più che verosimile.
Nell’hinterland di Bologna un anziano squilibrato si affaccia alla finestra e comincia a sparare sulla folla. Le forze dell’ordine, per annientarlo, decidono di togliere l’energia elettrica a tutto il quartiere. È in questo contesto che si dipana la trama. La narrazione segue con sguardo spietato le vene che si diramano nel corpo della storia.
Bernardi isola quattro nuclei, quattro microuniversi le cui esistenze, malgrado l’incertezza delle forme, la confusione, le ombre indistinte che caratterizzano il buio, esplodono, con un nitore accecante, in tutta la loro tridimensionalità. Nemmeno un millimetro di animo umano resta intrappolato tra le pieghe dell’oscurità, la scrittura di Luigi Bernardi è assolutamente disambiguante.
Mario, dirigente comunale tenta di sedurre Federica, ausiliaria del 118 e sua vicina di casa. Umberto, docente universitario inventa un gioco familiare – a suo parere innocente e innocuo - che travolgerà lui, la moglie Giuliana e i loro due figli. Loretta ha un bar nel centro del paese e lì conosce Ivano, appena arrivato e apparentemente pieno di risorse. Nel frattempo Domenico, scrittore dalla personalità tormentata e figura tragica per eccellenza del romanzo, si prepara a portare a termine il suo piano.
Nulla è, però, innocuo in Senza luce a differenza di quanto crede Umberto. Le conseguenze pesano come ombre mai scacciate e che il tempo ha inevitabilmente ispessito. Nemmeno l’oscurità è innocente.
«All’assenza di luce si coniuga spesso quella dei suoni: è l’universo intero a precipitare nel coma». Ma il coma è una condizione che
dovrebbe avere una durata limitata. Dal coma ci si dovrebbe risvegliare, oppure morire. E Bernardi descrive proprio questo: uno stato di sospensione temporanea che avrà il suo culmine in un finale tanto agghiacciante da essere decisamente credibile. La realtà supera la fantasia? Nel caso di
Senza luce no, è la fantasia a farsi
realtà.
I quattro microcosmi di cui Bernardi racconta, in verità, non si intrecciano mai davvero: si sfiorano, si osservano a distanza, eppure li si percepisce inestricabilmente legato l’uno all’altro. Simmetrici, bilanciati, le loro voci si completano a vicenda.
Bernardi è una telecamera ad alta definizione che non teme l’assenza della luce. Ci si dimentica di star leggendo: l’occhio (è di nuovo la vista che torna) segue, dietro le quinte, lo svolgersi delle azioni, l’evoluzione psicologica dei personaggi, le loro scelte – drastiche, definitive -, le loro manie, le loro violenze segrete, i loro drammi dietro l’apparente normalità ostentata durante il giorno o grazie all’aiuto dell’illuminazione artificiale.
Senza luce è un romanzo sensuale. Lo è perché la scrittura dell’autore abbraccia i cinque sensi, compresa la vista. Suoni, sapori (come durante la cena di Mario e Federica, consumata quasi del tutto in silenzio), profumi (come gli aromi che si mescolano sul corpo di Loretta e che inebriano Ivano), sensazioni tattili (le mani di Domenico che prima accarezzano Anna, e poi, quando il suo corpo muore, gli oggetti inquietanti che lei gli ha lasciato in eredità). Tutto si fonde, tutto diventa vivo malgrado il coma.
Ed è proprio per questa ansia di vita che alcuni dei personaggi del romanzo di Bernardi scelgono, alla fine, di uscire di casa, di inoltrarsi nel buio, stufi della sospensione prolungata del sentire. Desiderano andare incontro a una rinascita, inconsciamente certi che l’oscurità sia diventata, per loro, un abbraccio rassicurante.
Ma non si vive senza luce, Domenico ne è sicuro. C’è anche lui, quella sera, quando Federica respinge Mario, Giuliana fugge da Umberto e dai figli, Ivano ritrova Guidino (il fratello di Loretta) e tutti insieme convergono verso la piazza del paese, attratti da un’alternativa, da una seconda possibilità. Domenico c’è, ma è nascosto, e medita.
«Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato pur mantenendo inalterato il proprio contenuto».
A questo punto il lettore prova un senso di straniamento: sente, per istinto, che ciò che pensa Domenico è vero. È d’accordo con lui. Ma poi capisce che l’autore ha fatto esattamente il contrario: ha raccontato una storia senza luce, oscura (nelle diverse sfumature semantiche che il termine può assumere), scrivendo come se avesse puntato alle nostre spalle un enorme riflettore che ci ha permesso di seguire gli eventi fino alla loro fatale conclusione.
Luigi Bernardi, fondatore dell’indimenticabile e indimenticata Granata Press, saggista, scrittore, editor, talent scout e molto altro, ha scritto – con Senza Luce – il suo più luminoso romanzo sul destino.
Gaja Cenciarelli, La poesia e lo spirito
Senza luce
Ho esitato a recensire questo romanzo perché pensavo (e lo credo tuttora) di non farlo con la compiutezza che meriterebbe. Ma Bernardi perdonerà. Il motivo di fondo è che Senza Luce non è un libro da leggere. È un libro da leggere e rileggere. La prima volta solo per il puro piacere dei periodi scorrevoli incastrati in un’architettura perfetta, la seconda volta per approfondire le riflessioni che la prima lettura fa emergere ma non concludere, perché troppo presi dalla frenesia di proseguire nel buio, a tentoni, con i fatti dei personaggi.
È autunno in un comune del bolognese quando un vecchio in preda a un raptus omicida comincia a sparare dalla finestra uccidendo dei passanti. La polizia, sentendosi impotente, decide di sospendere l’erogazione di energia elettrica per disorientarlo. Questo non è solo punto di partenza per il titolo del romanzo, ma è soprattutto dettaglio significativo del background artistico dell’autore, che è scrittore ma anche giornalista, saggista e studioso di criminologia, editor nonchè sceneggiatore teatrale e altre cose che non ripeterò in questa sede. Ciò che conta, invece, è l’evoluzione dello spunto cronachistico: come il passaggio dall’evento alla finzione si mantenga nei binari del quotidiano, e lo faccia investendo la narrazione di un’inquietudine palpabile e dirompente.
Sono quattro le storie che convergono verso l’epilogo, quattro realtà apparentemente ordinarie, compresse in una galleria dal cui sbocco finale non appare neppure uno spiraglio di luce. C’è la storia di Federica, ausiliaria del 118, e dei goffi, inutili tentativi d’approccio del suo vicino, il geometra Mario Peretti, dirigente comunale. C’è la storia di Domenico, uomo solitario che vive fagocitando i ricordi, incarnato dello scrittore in decadenza: lui non scrive da sei anni e tuttavia continua a farlo grazie a quella corrispondenza possibile tra pensieri e vita per cui «uno scrittore scrive sempre, anche quando non sembra. Lo fa nella sua testa, con quella calligrafia indecifrabile: la risultante di parole appassionate che contendono la punteggiatura ad altre quasi ridicolmente prive di anima». C’è poi la storia del professore universitario Umberto e della sua famiglia di cartapesta: due ragazzini egotici e petulanti, una madre sull’orlo del baratro. Le verità scomode che vengono a galla sono solo un anticipo del crollo finale: un matrimonio forzato, un cimitero galeotto.
Al centro geografico di queste tre vicende si innesta la storia –o, per meglio dire, le storie— ubicata nel bar del paese, assurto ad archetipo contemporaneo del luogo pubblico in cui si consumano bevute, giocate, incontri. In cui il tempo è quasi rarefatto perché scorre come frazionato, un pezzetto per ogni avventore. Il bar, una piazza al chiuso che del chiuso ripropone però le oscurità, tanto più accentuate quando cala il buio e le ombre si rifrangono solo al lume di una candela improvvisata: si alza così il sipario su altarini, omicidi e altre tresche di borgata.
Vorrei dedicare due paroline a quello che ho deciso di definire “l’elogio di Loretta”, anche se non credo che l’autore avesse in mente una celebrazione, piuttosto ha semplicemente descritto il personaggio con le pennellate potenti di cui è capace: ci si immagina quasi plasticamente i suoi personaggi, anche quando le descrizioni non sono minuziose ma si concentrano su pochi dettagli: dei piedi, delle mani, uno sguardo, un aroma. Grande lavoratrice, Loretta possiede un talento, nell’elargire energia, che è "la prova provata della superiorità della barista sulla parrucchiera". Piace al lettore, Loretta, per l’umanità che trasuda quasi distrattamente, piace per i suoi odori pregnanti che invitano all’amore, piace per la docilità e la semplicità che la rendono incapace di giocare a carte scoperte. Ma proprio questa genuinità diventa la sua roccaforte e disarma gli avventori. Tutti, perfino gli uomini rodati da una vita d’avventura e d’indagini.
In questo mondo che crediamo creato a nostra misura e che sfruttiamo fino al midollo, il fatto che venga meno una certezza, anche solo per il tempo di cento minuti, ha un forte potere destabilizzante. L’autore si muove con sapienza in questo buio, come in una casa — senza luce, appunto — di cui conosce sporgenze e spigoli, munito solo di una torcia elettrica, quasi andasse a scovare vecchi e nuovi scheletri, per puntargli contro il faro abbagliante della narrazione.
Che infine la luce elettrica sia metafora di un’altra luce ce lo spiega Luigi Bernardi stesso: "La luce elettrica, fra tante altre cose, ha permesso l’oscuramento della notte. Annullando la notte si annulla una componente costitutiva della natura biologica dell’essere umano, con tutti gli sfasamenti che questo comporta: ansia, stress, malesseri psichici in genere. La mancanza improvvisa della luce elettrica impone la notte e il buio a persone disabituate, così come sono ormai disabituate al silenzio. Il blackout lascia i miei personaggi soli con loro stessi, forza in qualche modo una introspezione alla quale non sono preparati, li costringe a improvvisare risposte. Non tutte saranno quelle giuste.
Marilù Oliva, Thriller magazine
Vite travolte dal buio di una notte di black out
Il buio. Fantasmi che si liberano. Il diavolo che si impossessa dei pensieri. Buio, notte.
Il sipario si chiude sulla vita apparente per lasciare la scena a verità inconfessabili.
Buio. Basta spegnere la luce e tutto cambia. I pensieri come i gesti divengono più penetranti. La dissacrazione muta per trasformarsi in un elogio al segreto che si fa liberazione. E tutto entra in gioco col buio. La vita, la storia, le frustrazioni, i pensieri repressi, i desideri. Luigi Bernardi sceglie la provincia bolognese e una sera di black out per raccontare cosa accade quando un tipo fuori di testa si mette a sparare all’impazzata. Devono prenderlo, devono fermarlo! E per quel folle è indispensabile agire nelle tenebre. Cosi’ l’evento si insinua in quello che era un tranquillo quadro famigliare all’ora di cena, nel bar del paese dove ci stanno sempre quelli che giocano a carte, nella casa di un uomo solo, e in un palazzo dove due vicini si parlano per la prima volta.
Un romanzo dalla scrittura potente e composta, una storia che viaggia intorno a un’umanità messa a nudo da un evento che la travolge. Si chiama Senza luce (Perdisa Pop) ed è l’ultimo lavoro di Bernardi nel quale c’è un “vissuto” proporzionale a un’attenta osservazione del genere umano nelle sue contraddizioni, verità, banalità, egoismi. Un microcosmo in cui il buio genera situazioni impreviste e imprevedibili che l’autore cuce addosso a personaggi diversissimi tra di loro. Soggetti che nella notte senza luce si ritrovano, paradossalmente, di fronte a un nuovo “essere”.
Più che una storia, un puzzle scomposto, in cui la vita ordinata del professore universitario che gioca con la comunicazione si tinge di una realtà che era rimasta invisibile. La giovane donna che accetta la compagnia del vicino, impiegato comunale, decide di dialogare con lui perché ha paura di quel buio. Lo scrittore che si ritrova a fare i conti con una storia che non è solo la sua, ma la storia con la esse maiuscola, la storia dalla quale non si fugge e di fronrte alla quale è difficile regolare il proprio conto personale. La barista, classico personaggio della nostra provincia, intrappolata dai suoi interessi di bottega per lei superiori a tutto, anche a un cadavere steso sul pavimento. Tradimenti, atmosfere grigie, isterie, contegni faticosamente composti. Mentre c’è un pazzo che spara! E che non riesce a conquistarsi la scena. Perché protagonista è il black out…
Un libro che contiene la metafora di un’Italia senza luce. Un paese al buio dove farabutti e gente per bene si mostrano per quel che sono: abitanti di un piccolo universo che diviene farsa, rappresentazione scenica di un mondo esasperato capace di nutrirsi solo di riflettori. Un romanzo in cui la scrittura è strumento di una lettura meticolosa, puntuale, del nostro mondo. Un mondo che in una serata senza luce finisce col mostrarsi per quello che è.
Stefania Nardini, La Tribuna, 15 gennaio 2009
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Tag: narrativa italiana, Luigi Bernardi, Senza luce