L'ammazzatore
Rosario Palazzolo
Prezzo euro 9,00 Pagine 128
Isbn 978-88-8372-425-1
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Certuni coi baffi dicono che da ammazzatore ad assassino il passo è breve, dicono che quando succede la faccia si fa d'improvviso una maschera stipata di rughe e che se uno non ci sta attento, se non se la fida a distinguere, si ritrova con la coscienza nera come alla pece e non ci dorme la notte, loro che c'hanno i baffi dicono così e ci devo credere... io, secondo me, penso che la stessa cosa precisa può capitare pure ai dottori, o a quelli che guidano gli aerei, mettiamo.

L'ammazzatore Ci sono uomini costretti a vivere una vita che non gli appartiene, per scelte che non hanno fatto, per idee che non condividono. Ernesto Scossa, il protagonista de L’ammazzatore, è uno di questi. Nato in una Palermo che non concede vie d’uscita, si trova a dover uccidere per mestiere, fino a quando la consapevolezza di una scelta non gli concederà  un vago spiraglio di luce. E farà ciò che c’è da fare, costi quel che costi.

 

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Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972 e ci vive. Nel 2006 ha  vinto il premio "Lama e trama" con il racconto a N. Ha fondato e  dirige (con Anton Giulio Pandolfo) La compagnia del Tratto, associazione  che si occupa di nuove drammaturgie (www.lacompagniadeltratto.it). Per il teatro ha scritto, fra gli altri: Ciò che accadde all'improvviso, Il fatto sta, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi), Ouminicch', tutti prodotti e rappresentati in diversi teatri italiani. Fa l'attore di prosa e insegna drammaturgia nelle scuole. Il suo sito internet è qui.

 

Recensioni

L’ammazzatore non è un assassino. Questo deve essere chiaro. Come lampante è la scrittura, nel suo essere disordinata e sottesa e scompigliata, rinfusa e dolcemente caotica, da mercato della Vucciria, di Rosario Palazzolo, autore ed attore teatrale. Questo è il suo primo romanzo, nel frattempo ha vinto concorsi letterari (“Lama e Trama ‘06”), ha fondato un gruppo teatrale, “La compagnia del Tratto” che porta in giro per l’Italia le piece “I tempi stanno per cambiare”, “Ciò che accadde all’improvviso”, “Il fatto sta”, “Ouminicch’” e “Scrooge”. Trentacinque anni, con i capelli fluidi sul collo ed il sorriso incollato e bianco sembra il sosia del figlio di Giancarlo Giannini. Bello, con l’aria a metà tra il truce cow boy e il garzone della porta accanto. Da Palermo con furore. L’humus arriva pregnante, il background a pieni polmoni, il passato è un’onda ricca di schiuma che fa affiorare. E Palermo si sente, si respira forte. Non nelle vie, non nelle strade ma in quell’atmosfera da una parte di libertà appiccicaticcia dall’altra di cappa pesante, smoggosa, di cieli sgombri con poche nuvole ma con la consapevolezza che la catena è sempre troppo corta per qualsiasi ambizione, di occhi alle spalle. Ed un linguaggio nudo e crudo, denso, onomatopeico e viscerale che sa di danza e cadenza, trasuda colloquiale e amicale, quotidiano senza filtri, spermatica d’urgenza, fuoriesce come urto di vomito e non lo puoi tenere più dentro le budella, di ritmo tribale che scandisce speranze e tamburella i giorni, che declina inclinando la testa, che s’arrangia caracollando per spiegarsi una realtà troppo banale, esistenze troppo tardive, senza senso, andate così come dovevano andare in un unico viaggio, di sola andata senza curve né scossoni, che dalla nascita arriva lineare e preciso fino a fine corsa, fino al capolinea senza deviazioni né ribellioni, senza punti di sospensione, senza pietas, senza inciampi che la vita stessa è un dosso da rottura del semiasse. Una piccola “Gomorra”, questo “ L’ammazzatore edizioni Perdisa Pop, 111 pag, 9 euro) in un piccolo formato, quasi tascabile, ma che ha dentro la potenza di una lama appena passata su un polso, uno sputo che cola sopra un vetro di un bistrot, le croci sulle facce di chi era e sembra esistito soltanto per essere cancellato. Parole in un carillon minuscolo come la vita piccola di uomini piccoli con desideri piccoli e frasi mignon, gesti delicati tenuti nascosti nelle pieghe di trame arricciate. Come se del vivere bisognasse vergognarsi. Un inno alla vita, il contrario di mafia. Un pentimento che salva il salvabile perché, in fondo, niente deve cambiare.

Tommaso Chimenti, Scanner.it
 

Che differenza c'è tra un ammazzatore e un assassino? Può un ammazzatore innamorarsi e vivere una vita normale accanto alla propria compagna? Un morto può raccontare la propria storia? Forse non esiste la risposta a tutte queste domande, ma se esiste si trova tra le pagine de L'Ammazzatore, primo romanzo di Rosario Palazzolo, edito dalla Perdisa Pop.

Un volumetto agile ed elegante, che racchiude in poco più di cento pagine un'opera coraggiosa e originale. Un morto che parla racconta, in occasione dell'anniversario della sua dipartita, la propria storia. Una storia di conti in sospeso, di scelte difficili, di amore e di morte. Una storia a una voce sola, in cui il lettore si confronta con la realtà. Non c'è nulla da scoprire: l'ammazzatore si è già dichiarato, il finale è anticipato dalla prima pagina.
Perchè leggere allora questa storia? Per il modo stesso in cui è raccontata prima di tutto: uno stile innovativo, con un uso personale di punteggiatura e maiuscole, un linguaggio che caratterizza il personaggio e dona ulteriore spessore al tutto. In secondo luogo perchè non tutto è svelato, perchè non manca il colpo di scena finale, che lascia margini di manovra al lettore in un gioco di suggerimenti e allusioni.
L'autore non conduce il lettore per mano in questa storia, lo butta nella testa del protagonista, nel suo mondo deviato e perverso, alla ricerca di una normalità impossibile e irraggiungibile.
Nel complesso un'opera valida e intrigante, completata da un'edizione elegante e maneggevole, che lascia al lettore la curiosità di scoprire quali saranno le prossime performances di questo esordiente.
Chiara Bertazzoni, Thriller Magazine
 

Pamphlet sicuramente originale, naif, siculo, con una vena di umorismo tragicomico che è il vero filo conduttore del racconto che si snoda in frammenti, brevi flash che spostano avanti e indietro ininterrottamente la narrazione all’inseguimento di un inizio indefinibile e di un epilogo decifrabile.

Le prime pagine parlano dell’oggi, della fine, di cui si intravede la sostanza in riferimento al titolo del tascabile, L’ammazzatore, neologismo di chiara impronta verista con etimologia scaturita dall’azione compiuta che non è uccidere ma ammazzare, in preda quindi non a fredda determinazione, ma a calda ira che si fa beffe delle razionalità. La scrittura, scanzonata e frammentaria, piena di voluti errori grammaticali e sintattici, è tuttavia coinvolgente e spinge l’ignaro e sorpreso lettore a scorrere le pagine rapidamente e a completare in unica seduta il racconto. La storia è quella di un ignorante e disperato essere umano alla ricerca di un lavoro e di una identità, sin dall’inizio negata, tuttavia, come sottolinea lo stesso narratore facendo riferimento alla scritta “apprendista” che compare nella carta d’identità del protagonista. Apprendista di che non è specificato e d’altronde sembra non apprendere proprio nulla finché non approda alla definitiva professione di ammazzatore.
“facile, uno preme il grilletto: piuuuu!..., ma poi? dopo che quello muore, tu come ti tenti? come minchia ti senti? mi sento come un cane, un cane che un padrone bastardo ha abbandonato al suo destino di cane, gli occhi verso sotto e la testa che scattia, un cane che ha capito l’inutilità della lacrima… e che subisce qualsiasi cosa”.
Il ritmo è leggero, le pagine scorrono veloci, è sufficiente un’oretta per finire il testo e rimetterlo in tasca, sorridendo amaramente su quella che è la condizione di sudditanza psicologica e di fragilità strutturale che consentono alla criminalità di plagiare rapidamente gli adolescenti e trasformarli in manovalanza da macello.
Santi Pinelli, L’inchiesta
 

Esordio letterario per l'autore palermitano che con linguaggio involutivo ed evocativo si cimenta nella biografia immaginaria post mortem di un ammazzatore e non assassino. Un eccentrico diario che procede per balzi e riflette sul tema della coercizione della delinquenza.

Claudia Cincotta, Pot, periodico di cultura ed informazione
 

Rosario Palazzolo è insegnante di drammaturgia e attore di prosa. Come narratore è stato recentemente conosciuto dalla critica in qualità di vincitore del premio "Lama e Trama 2006". Ora ci viene riproposto dalla Perdisa Pop, nella collana della Babelesuite, come autore de L'Amazzatore. Abbiamo sentito spesso parlare di killer: storie inventate e storie di vita vissuta. Quello di cui stiamo parlando stavolta, però non è un semplice killer, bensì "l'ammazzatore", alias Ernesto Scossa. Ernesto Scossa vive a Palermo, una città che non riesce a dargli opportunità nella vita se non quella del suo particolare mestiere. "U ziu" è il mandante di questa serie di delitti che Scossa è costretto a compiere, finché non incappa in qualcosa di veramente inaspettato. L'ennesima vittima designata diventa questa volta centro dei suoi pensieri e l'avvolge in una morsa d'amore che stravolgerà tutti i suoi sentimenti, fino ad allora informi e inespressi. Scossa dimentica il suo ruolo nella storia... ma qualcun altro no. Il romanzo ha inizio con la fine della storia: il protagonista ripercorre a ritroso le proprie vicende in uno fluire di immagini, ricordi e sensazioni. E' un percorso in cui la libertà è un valore prezioso che Ernesto pagherà con la vita. Tutto questo è espresso attraverso una scrittura libera e priva di forme, che mette in risalto i pensieri del protagonista e ci collega intimamente alle sue vicende.

Carmelo Clemente, Nell’attesa – settimanale di formazione informazione

 

Memoria di un sicario. Storia senza riscatto
L´ammazzatore, opera prima di  Rosario Palazzolo  edita da  Perdisa Pop, è un romanzo sulla coercizione del crimine e l´impossibilità della scelta. Lui, ammazzatore e non assassino perché l’assassino sa quel che fa - l’assassino ammazza un nemico - mentre l’ammazzatore semplicemente esegue, si chiama Ernesto Scossa, è un palermitano del quartiere popolare Brancaccio che racconta, dopo la morte, la propria storia. La storia è quella di un killer - no, ammazzatore - alle dipendenze di “u’ Ziu”. Per “u’ Ziu” Ernesto Scossa uccide senza chiedersi mai perché, uccide perché è la normalità, uccide fino a quando capita qualcosa di sconvolgente: si innamora e inizia a vivere secondo quella che chiama la “routine”. Svegliarsi con una donna, fare colazione, lavorare, cenare, dormire insieme, a volte fare l’amore. Ma “u’ Ziu” non gradisce: non dimentica certo che l’ammazzatore lavora per lui, e il suo non è un lavoro da cui ci si licenzi. Così all’ammazzatore tocca raccontare la propria storia da morto.
Non c’è scampo nel romanzo di Palazzolo. Non c’è speranza, ogni possibilità di riscatto è negata. Non c’è speranza nemmeno quando l’ammazzatore sembra poter fuggire dalla vita a cui è condannato, quando si innamora della donna che dovrebbe ammazzare, donna che come ogni personaggio diverso dal protagonista rimane sempre sullo sfondo perché lui, l’ammazzatore, l’attore massimo, conosce solo sé stesso e il mondo intorno sono solo comparse.
Il romanzo, molto breve, si legge in un paio d’ore ed è un piccolo gioiello. Non tanto per la trama, non tanto per il finale, per quanto spiazzante, non tanto per il punto di vista del cattivo, quanto per la lingua in cui è scritto. Una lingua sempre minuscola piena di errori e strafalcioni che sembra arrivare direttamente dalla mente del protagonista, una lingua perfetta a denunciare la miseria morale e intellettuale di un ambiente e di un uomo che a volte non vuole ammazzare non perché ammazzare sia male ma perché ammazzare è un lavoro e lavorare non piace a nessuno. Una lingua musicale che trascina il lettore dentro la storia, che quasi lo ipnotizza. E’ una voce forte, quella di Ernesto Scossa, una voce a volte ingenua ma efferata, crudele, densa di malizia. Una voce carnale, voce della strada, e poetica come le grida della Vucciria. E anche se ne amiamo il modo di esprimersi, anche se la sua involontaria ironia è affascinante, anche se è subito chiaro che si tratta di una vittima, Ernesto Scossa non è mai simpatico. E’ troppo misero.

Antonio Pagliaro, La Repubblica Palermo, 17 settembre 2008

 

Lo sproloquio di un ammazzatore
Il breve romanzo d’esordio di Rosario Palazzolo L’Ammazzatore (Perdisa Pop, pagg. 111, € 9,00) è uno sproloquio sull’incertezza, sull’impossibilità d’una scelta, sul pensiero mutante fatto di strade ed occhi che ti guardano, sull’ingranaggio dell’essere che s’inceppa e che fa dell’esecutore una vittima al pari del bersaglio. Costellato di un linguaggio senza pedigree, il testo già si propone per la rappresentazione in teatro. “Ma già lo è diventato!” – fa eco Palazzolo. Lo sfondo è quello di Palermo, sia nella lingua che nelle origini, forse meno nell’anagrafica del protagonista – certo Ernesto Scossa (non mi risulta cognome simile dall’elenco telefonico, n.d.r.) –, ma se l’identità geografica è il contesto, non lo sono i confini del potere oscuro, complesso, distorto, che non da tregua né attenuanti sia qui che altrove. Il potere subdolo che marchia ed infama, sia a Palermo che a Bergamo, e come specchio si riflette in altro specchio replicandosi all’infinito. Non ci sono accenni di personalizzazione territoriale del potere. Non ci sono monopoli di marchio, l’infamia è cosa di tutti. Palazzolo non scrive un saggio, ma fa solo narrativa in movimento, in presa diretta, e questo potere senza nome ce lo rappresenta con un appellativo ed una faccia: “u’ ziu”, il prototipo dell’onnipotenza terrena sommessamente onnipresente e con una faccia incartapecorita gialla, che, come si legge dal testo: “… ti pareva che da un momento all’altro si sarebbe sfogliata davanti a te lasciandoti a parlare con uno scheletro …”. La distinzione tra l’assassino e l’ammazzatore sta tutta nella semplicità d’un gesto criminale, che per l’ultimo dei due è una professione, mentre per l’altro è un calcolo premeditato. “L’assassino è moralmente impegnato nell’azione ed è animato da un sentimento negativo” – afferma Palazzolo – “mentre l’ammazzatore è un egoista cinico. Un esecutore oscuro, privo di motivazione; anzi col fastidio di non essere lui il principio della decisione che attua e pertanto la maglia determinante della catena. Un fastidio che trasferendosi sulla vittima fa dell’ammazzato un numero e dell’ammazzatore, a sua volta, una vittima senza morale, un cane di paglia dalla coda mozza, un tritacarne maleodorante di rifiuti”. Rosario Palazzolo, classe ’72, nato a Palermo e con una laurea di filosofia in tasca, non è nuovo al linguaggio creativo. Dal 1990 attore teatrale; nel 2002, insieme ad Anton Giulio Pandolfo, fonda la compagnia del Tratto, motore produttivo d’ogni sua opera. L’exploit nazionale è nel 2006 con alcuni riconoscimenti sia per la narrativa che per il testo teatrale. A questo punto della storia, chiedo a Rosario Palazzolo, aspiri ad essere più un romanziere o un autore di teatro? “Non mi pongo più questa domanda. È l’idea iniziale a decretare la forma, io mi adeguo”. Ma allora a chi ti sei ispirato per il personaggio dell’Ammazzatore? “A nessuno in particolare. L’ammazzatore è il prototipo dell'uomo medio, uno a cui è impossibile scegliere. E questo è un tema che mi sta molto a cuore, tanto da trasferirlo in teatro, tanto da scriverci una Trilugia (sì, con la u). Il primo tassello, Ouminicch’, ha debuttato al Palermo Teatro Festival. Il secondo, ‘A cirimonia, debutterà al Teatro Libero a marzo 2009. Per il terzo, invece, occorrerà aspettare”.
Tommaso Gambino, Balarm

 

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Leggi qui l'intervista a Thriller Magazine.

 

 

Tag: narrativa italiana, Rosario Palazzolo, L'ammazzatore

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